Claudio Galeazzi – Fibra e Forma snc di Bottacin Raffaele e C.

“…. voglio indagare che cosa succede quando viene introdotta una separazione tra mano e testa. (….) intelligenza e capacità espressiva ne vengono entrambe compromesse.”

 

R. Sennet. – L’uomo artigiano. Feltrinelli 2008

 

Mi continuo a domandare che senso abbia il nostro lavoro di artigiani in questa fase storica di crisi economica e di identità (sociale e, spesso, anche personale).

La prepotenza e la onnipresenza dell’industria ci induce a ingaggiare confronti tra i nostri prodotti (da una parte noi piccoli e insignificanti artigiani e dall’altra i processi industriali grandi e piccoli).

La globalizzazione propone ai nostri consumatori prodotti economici.

Il marketing per favorire la penetrazione di questi prodotti ha inventato stili di consumo accattivanti e basati su livelli emozionali sempre più sofisticati.

La politica – che dovrebbe preservare le esperienze artigiane – è, nel migliore dei casi, distratta se non indifferente nei confronti del settore dell’artigianato (intendo il micro artigianato, quello del piccolo laboratorio con 1/5 addetti) marginale ed economicamente inutile.

Che speranze abbiamo di sopravvivere? Che senso ha il nostro lavoro in questo contesto? Di quali strumenti dobbiamo dotarci per sopportare confronti che, a prima vista, ci sono sfavorevoli? Che strategie?

Ovviamente non lo so, ma mi sembra utile ragionarci sopra e approfondire con alcune osservazioni.

Prima osservazione: Il prodotto: “i prodotti <cinesi> costano poco, ma la qualità è scadente, se non pessima…..”. Questo argomento cerca di svilire i prodotti di importazione (lo stesso ragionamento è applicabile ai prodotti industriali). Ma corrisponde a verità? Direi di no! o meglio è sempre meno vero. Oggi arrivano sul nostro mercato prodotti industriali e/o di importazione che sono di ottima fattura.

Seconda osservazione: Il Consumatore: (“non esistono venditori, esistono solo Clienti”).

  1. Il prodotto artigianale costa (tempo, esperienza, ricerca di soluzioni, ecc.) e il mercato di riferimento dell’Artigiano tende a diventare più rarefatto concentrandosi su ceti con disponibilità economiche sempre più generose. Questo è un meccanismo che naturalmente limita il numero degli artigiani.
  2. L’atto del consumo è sempre più consapevole. L’interesse del consumatore verso l’economicità del prodotto diminuisce e aumenta il suo interesse verso la componente etica (“non compro da aziende che importano da quel paese orientale perchè lì fanno lavorare i bambini….”) o verso la componente materiale (“compro abbigliamento confezionato con tessuti certificati di produzione organica, scarpe con concia vegetale e senza tannini, farina biologica macinata a pietra, ecc.”). 

Terza osservazione: La Storia. Gli oggetti hanno un valore non solo per la funzione, ma anche per ciò che significano. Mi spiego: un orologio è pur sempre l’oggetto che segna il tempo, ma l’orologio che mi ha regalato mio nonno quando mi sono sposato e che apparteneva al nonno di mio nonno, non è la stessa cosa. Ogni cosa, ogni persona, ogni luogo, contengono (oltre a una funzione) anche una storia che può (e deve) essere narrata. A volte questa storia può essere addirittura più importante dell’oggetto cui si riferisce. Diventare narratori è un’arte.

Quarta osservazione: Il laboratorio: la bottega artigiana è un luogo speciale, non è solo il luogo dove il lavoro artigiano trova la sua identità, ma può essere anche una metafora del caos (tutti abbiamo esperienza dell’ordine/disordine dei laboratori): l’Artigiano, con l’atto creativo è colui che prova a mettere ordine. In fondo è l’antica storia di cercare di comprendere cose incomprensibili. ….E chissà perchè lo facciamo?

Quinta osservazione: La Resilienza: la definizione più pertinente è quella relativa alla biologia “la resilienza è la capacità di una materia vivente di autoripararsi dopo un danno, o quella di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che ha modificato quello stato” (Wikipedia). L’Artigiano deve esercitare questa caratteristica oggi più che mai.

Ma come fare?

Vorrei concludere tracciando alcuni spunti alla base dei quali c’è la (semplice) considerazione che il lavoro artigiano non crea solo prodotti, ma (soprattutto) veicola significati. L’artigiano deve solamente prendere coscienza di questo aspetto che deve trasformare in un atteggiamento consapevole nella costruzione di relazioni tra sé e il Cliente, tra sé e i collaboratori, tra sé e gli altri artigiani.

La costruzione di una forma associativa (come CITA) cerca di rispondere a questa esigenza. La costruzione di una rete di Artigiani altro non è se non la ricerca di modi e mezzi per affrontare le perturbazioni. Cerca di essere uno strumento per la sopravvivenza facendo riaffiorare una identità (comunicazione), una cultura dei materiali e delle tecniche (formazione) e, ultimo, ma non meno importante, cerca di valorizzare gli aspetti creativi del nostro lavoro; tutti questi elementi concorrono alla costruzione di un nuovo modo di “Fare”. L’Artigiano del futuro deve imparare questo linguaggio. Non è più sufficiente il “Fare” (e il “come si fa”), diventa necessario spiegare “Perchè”.

Negli ultimi anni sono apparsi alcuni contributi (come “Futuro artigiano” del prof. Micelli), altri (come “il lavoro manuale come medicina dell’anima” di M.Crawfordf) e alcuni blog che focalizzano questi aspetti (sociologici, economici, ma anche psicologici); altri pongono maggiore attenzione sui cambiamenti tecnologici (stampanti 3D) che stanno entrando nei nostri laboratori (“makers” di C.Anderson), Tutto, attraverso una visione più o meno tecnocratica, più o meno umanistica, ci dice che siamo entrati in una fase di movimento, una era nella quale, anche dolorosamente, dovremo dotarci di un grado di adattamento che non conosciamo.

Per il momento possiamo solo aumentare la nostra consapevolezza e la nostra capacità di governare il cambiamento.

Fibra e Forma snc di Bottacin Raffaele & C. Tappezzieri Varese